Ho suonato il pianoforte per 10 anni, e ormai da quasi 10 anni mi dedico all’interpetazione e alla traduzione. E con il passare del tempo noto sempre più cose in comune tra la musica e l’interpretazione.
Quest’anno durante le vacanze di Natale sono andata ad un concerto di musica classica, e lì, alla Sala Concerti del Teatro Mariinskij, ascoltando una meravigliosa interpretazione del secondo concerto di Rachmaninov e del Rivoluzionario di Chopin, mi sono trovata di nuovo a riflettere su tutto quello che accomuna le interpretazioni che facciamo in cabina e le interpretazioni che i musicisti fanno sul palco.
🎼 Sia un’opera musicale che un’interpretazione prendono forma qui e ora, per il pubblico presente.
🎧 Non esistono due interpretazioni uguali per filo e per segno dello stesso brano musicale o dello stesso discorso, ognuna è unica.
🎼 Le note scritte nello spartito prendono vita nell’interpretazione di un’orchestra, così come un discorso, per chi non può comprenderlo in originale, diventa vivo nell’interpretazione.
🎧 Ogni nota di un brano musicale, così come ogni parola di un discorso, ha bisogno che l’interprete ci metta tutta l’anima, l’energia e l’intelletto, altrimenti rischia di risultare stonata.
🎼 E non si può fare nulla con una nota (o parola) stonata.
🎧 La tecnica è indispensabile, ma da sola non è sufficiente. Se un pianista, pur essendo tecnicamente perfetto, si annoia a suonare lo stesso brano per l’ennesima volta, il pubblico se ne accorgerà. Lo stesso vale per la traduzione.
🎼 “Se non mi esercito un giorno, me ne accorgo io; se non lo faccio per due giorni, se ne accorge la mia famiglia; se non mi esercito per tre giorni, se ne accorge il pubblico”. Avrebbe potuto dirlo qualsiasi interprete simultaneista, ma in realtà queste sono le parole di Svjatoslav Richter 🙂
🎧 Raramente il grande pubblico si rende conto delle molteplici operazioni mentali svolte in un singolo momento da un direttore d’orchestra o da un interprete. Potrebbe sembrare che il primo non fa altro che aiutare l’orchestra ad andare avanti in modo sincronizzato, mentre il secondo ripete quello che sente in un’altra lingua. Ma se fosse così, il nostro lavoro ce l’avrebbe ormai rubato il metronomo e Google Translate 🙂
🎼 Ecco, il leggendario direttore d’orchestra Riccardo Muti ha dato una definizione brillante a ciò che è un direttore d’orchestra, e mi sembra che in qualche modo si applichi anche a noi, interpreti e traduttori umani:
“Dirigere un’orchestra non significa dare il tempo, ma piuttosto estrarre dalla mente dei musicisti la musica e i sentimenti, non le note; le note sono un’espressione concreta dei sentimenti. Ed è questo che rende la professione del direttore d’orchestra la più difficile al mondo. Perché abbiamo un’idea la quale dobbiamo esprimere con i movimenti delle nostre mani, poi questa idea deve passare attraverso gli strumenti dei musicisti, per poi arrivare infine al pubblico. Il percorso è troppo lungo. Dare il tempo è molto facile, chiunque può farlo. Ma fare la musica è molto difficile”.

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